Acqua irrigua: formiche o cicale?

Tornano d’attualità i temi della qualità e quantità delle acque irrigue, in particolare in occasione di momenti di forte siccità come quello dello scorso inverno. Parliamo dell'importanza dello stoccaggio primaverile nella piana risicola con l'ing. Luca Bussandri, Direttore dell’Associazione di Irrigazione Ovest Sesia di Vercelli.

a cura di Elisa Deidda, Direzione Agricoltura - Regione Piemonte

 

Il sistema irriguo della piana risicola piemontese e lombarda, gestito in gran parte dalla Coutenza Canale Cavour, garantisce l’irrigazione di questa fetta nord-occidentale della Pianura Padana ma, soprattutto, garantisce il mantenimento degli equilibri delle falde acquifere in presenza di risaie coltivate in sommersione.
Lo scorso mese di marzo, durante un convegno organizzato dal Comune di Vercelli in collaborazione con l’Associazione Ovest Sesia, sul tema dei cambiamenti climatici delle terre del riso, il meteorologo Luca Mercalli ha tracciato un quadro abbastanza preoccupante che, in prospettiva, potrebbe compromettere l’agricoltura della Pianura Padana e la stessa coltivazione del riso.
A fronte di ciò, l’Associazione Ovest Sesia ribadisce la necessità di non seminare riso in asciutta, per favorire l’impinguamento e l’equilibrio delle falde e la conseguente disponibilità di acqua nei mesi a venire, soprattutto in relazione al fatto che il caldo repentino dei mesi di maggio e giugno ha determinato il rapido scioglimento delle nevi.

Cosa si intende per “gestione della qualità e quantità delle acque irrigue” e in che modo questi processi sono fondamentali per garantire un’adeguata irrigazione?

Siccità e tecniche agronomiche praticate in risicoltura sono fenomeni che possono fondersi ma che, concettualmente, vanno scissi. La siccità è un fenomeno di carenza delle risorse idriche alla fonte, che i Consorzi irrigui subiscono e devono gestire, anche nei confronti del mondo agricolo, che comunque ha i suoi anticorpi per parare gli effetti della carenza di acqua alle fonti: il primo è la disciplina, il secondo è la presenza di infrastrutture manutenute, il terzo, per quanto riguarda la risicoltura, è quello di aver stoccato, in primavera, adeguate quantità di acqua in falda che verranno poi restituite al territorio sotto forma di fontanili, colature ecc, e che provvedono a quel fenomeno di moltiplicazione e utilizzo plurimo dell’acqua tipico della nostra area.

Qual’è il rischio per l’agricoltura in presenza di forte siccità nel vercellese e novarese?

Se sentiamo parlare di disagi nella distribuzione dell'acqua è perchè sta intervenendo un altro fenomeno, interno, endogeno al nostro mondo e, ancor di più, a quello dell’Est Sesia, e riguarda il cambiamento delle tecniche agronomiche per la coltivazione del riso (la cosiddetta “semina in asciutta”) che interessa anche coloro che praticano la sommersione, oggi praticata "a strappi" con numerosi cicli di sommersione e svuotamento.
In più, considerato che si sta diffondendo la tecnica di semina del riso a file interrate, che non prevede la sommersione iniziale (tutto resta asciutto fino a quando non si fa la sommersione definitiva, molto avanti nella stagione), non si è neanche provveduto a stoccare in falda le stesse quantità di acqua di una volta.
Quindi abbiamo un territorio asciutto che improvvisamente richiede grandi quantitativi di acqua.

Il nostro comprensorio ha diritto a derivare 100m3 al secondo dallo Stato, ma ne utilizza e ne distribuisce 150. Quei 50m3 di differenza rappresentano l'acqua che viene moltiplicata attraverso il meccanismo di riutilizzo: la falda restituisce l'acqua stoccata precedentemente, o in via sotterranea, risorgente dalla falda o in via superficiale, con acqua che cola da una risaia all’altra.

E’ ancora possibile fronteggiare, almeno in parte, il rischio paventato da Mercalli?

Se non si è fatto questo lavoro da “formiche”, ma si è stati idraulicamente “cicale”, una richiesta massiva e contemporanea di acqua su tutto il territorio rende insufficienti le risorse idriche disponibili.
Più che da noi, questo fenomeno è eclatante all'Est Sesia, dove ampie porzioni di territorio come la Lomellina praticano da tempo la tecnica agronomica dell'asciutta e, nonostante i canali siano in totale competenza, non si riesce a completare l'irrigazione.
I terreni, poi, oltre che privi d'acqua a causa dell’assenza di piogge, si sono anche asciugati nelle loro componenti di umidità.
Questo è il fenomeno che noi denunciamo e che ci preoccupa!
La semina a file interrate, come pure quella a sommersione già descritta, sono tecniche agronomiche molto comode e efficienti per le aziende agricole ma hanno un riflesso negativo per l’ambiente e la collettività.
La scelta degli agricoltori è ovviamente molto razionale e riguarda il bene della propria azienda; il ruolo dei Consorzi irrigui è quello di mettere in evidenza l’importanza di un approccio collettivo, anche a costo di risultare un po’ impopolari...

Si è sempre parlato di utilizzo di grandi quantità di acqua in risaia..

La risaia tradizionale, erroneamente, è stata sempre ritenuta fonte di spreco della risorsa idrica.
A fatica si è riusciti a far comprendere che è vero il contrario, vale a dire che la risaia tradizionale muove grandi quantitativi di acqua a fronte di un utilizzo molto limitato, poichè questi quantitativi rappresentano un rapporto tra l'acqua e il territorio, dove vengono messi in falda e poi ceduti ai fiumi dai quali derivano: la risaia, quindi, è inserita all’interno di un fenomeno naturale che utilizza come elemento di prosperosità. Una combinazione ideale di canali, falde, acqua e disponibilità idrica che rende la piana piemontese e lombarda maggiormente adatte alla risicoltura rispetto ad altre zone d’Italia.
Se, però, si trascura una parte di questa combinazione di elementi, se ne pagano le conseguenze, determinando, per esempio, situazioni paradossali di comprensori in carenza o emergenza idrica pur in presenza della disponibilità di risorsa nei fiumi.

 

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Le situazioni critiche non si limitano al solo Piemonte, ma si estendono al Delta del Po: un’emergenza idrica in Piemonte, quindi, si ripercuote sull’agricoltura dell’intera fascia fluviale?

Si. Negli ultimi anni abbiamo fatto enormi passi avanti con le altre Regioni della fascia fluviale del Po, convinte che la carenza idrica, quella imposta dalla natura, derivasse dal fatto che in Piemonte si “prendeva” troppa acqua.
In realtà succede esattamente il contrario: il meccanismo di stoccaggio dell’acqua in falda attraverso le sommersioni, da noi generato all’inizio della primavera, è a garanzia dei livelli idrici del Po, poichè questo sistema è come una spugna che, una volta intrisa, cede acqua alla trincea drenante più importante in assoluto che c'è nella Pianura Padana, vale a dire il Po e i suoi affluenti.
Questo spiega anche perchè, quando ci sono momenti di carenza idrica a Torino o Chivasso, ad Alessandria ci sono invece portate maggiori di quello che ci si aspetta.
Il comprensorio della risicoltura, intriso d'acqua, la cede a garanzia dei livelli del Po e dell’agricoltura lungo la sua fascia fluviale.

E’ chiaro che se si mette in pista un sistema diverso, la falda si abbassa e fa saltare questo meccanismo di garanzia, portando situazioni di stress idrico del Po che cominciano da valle, dal Veneto, per ripercuotersi sulla Lombardia e sull’Emilia Romagna e arrivare fino in Piemonte.
La risicoltura, oltre alla funzione produttiva, ha il ruolo costante e continuo di regimazione del Po che si manifesta, in tutta la sua importanza, nel momento in cui c'è carenza, poiché, ovviamente, in condizioni normali non se ne parla.

La situazione determinata dalle attuali pratiche agricole è peggiorata dai fenomeni legati ai cambiamenti climatici?

Certo, perchè il cambiamento climatico esiste, è già in atto, e non fa che acuire fenomeni che in natura ci sono sempre stati, acuendoli sia in termini di tempo (i fenomeni durano di più) che di “picchi” (credo che, storicamente, si faccia fatica a trovare lo zero termico a 5000m, com’è avvenuto l’ultima settimana di giugno).
Questi fenomeni, nel mondo risicolo piemontese-lombardo, si possono ancora gestire solo con le falde riempite della necessaria disponibilità idrica. In caso contrario, è come non avere una diga e possono manifestarsi problemi anche in momenti in cui, tutto sommato, non si rilevano problemi particolari sulla regimazione dei fiumi.

Diventa, quindi, di fondamentale importanza sensibilizzare o incentivare i risicoltori a tornare a pratiche che limitino le criticità e le emergenze...

Non vorrei passare per retrogado, nè dipingere una risicoltura ottocentesca! L'agricoltura deve essere efficiente e per essere efficiente deve rispettare una serie di parametri tra i quali anche quelli ambientali.
Al giorno d'oggi ci sono tecnologie avanzate e agronomi molto esperti; ritengo, però, importante disincentivare l’uso di prodotti che prevedono l’asciutta totale della risaia, perchè in un contesto che deve essere umido e avere la falda alta, chiedere l'asciutta totale della risaia vuol dire creare un grave problema ambientale e collettivo.

Ci stiamo avvicinando alla nuova programmazione dei Programmi di sviluppo rurale, attraverso i quali è possibile incentivare azioni utili a fronteggiare le criticità fin qui evidenziate?

I Programmi di sviluppo rurale sono strumenti che, per essere efficaci, devono presupporre la conoscenza e l’analisi dei contesti di riferimento, per individuarne i limiti, le criticità e le relative soluzioni, per evitare che le opportunità vengano sottoutilizzate o non abbiano effetti pratici sulla realtà.
In sede di redazione dei PSR e delle misure di riferimento, è importante il coinvolgimento di tutti gli attori che compongono le varie filiere agricole, che portino ai tavoli le diverse problematiche da analizzare, per una migliore individuazione degli obiettivi.
Per quanto riguarda la risicoltura, e, in particolare, le problematiche relative alla disponibilità idrica, auspico un maggiore coinvolgimento dei Consorzi irrigui e del mondo risicolo, per tentare, in linea con le direttive europee, di fronteggiare quelle criticità che già si conoscono e rappresentano un rischio reale per l’ambiente, la collettività, la produzione risicola e il territorio in genere.