Il benessere animale: stimolo etico, sociale ed economico

di Martina Tarantola - Dipartimento di Scienze veterinarie, Università degli Studi di Torino

Per molto tempo il benessere animale è stato considerato un’opzione praticabile solo all’interno di società ricche e industrialmente avanzate, mentre negli ultimi anni viene ritenuto un elemento essenziale per favorire lo sviluppo culturale e sociale, come si evince dall’interesse crescente che suscita anche tra i rappresentati della FAO. Possiamo quindi immaginare che un paesaggio montano marginale o di pianura, imbruttito da uno scollamento con il territorio, possa essere lo scenario dove lo stimolo a garantire il benessere animale porti anche a una riqualificazione paesaggistica?

L’animale può essere visto come simbolo di naturalità, integralità, opportunità per un ritorno pieno a un legame autentico tra l’uomo e il proprio ambiente, depositario di una serie di significati arcaici di cui il mondo rurale è ancora oggi particolarmente pregno, mentre raramente si osserva nelle zone periurbane, dove è forte un senso di inserimento quasi meccanicistico nei ritmi della produzione industriale. L’intensificazione dell’allevamento, la competizione richiesta alle produzioni agricole, la quantità a scapito della qualità è uno specchio della parte di un processo di intensificazione della nostra società, dove anche il senso dell’estetica e della bellezza hanno lasciato il posto al puro funzionalismo. Gli “Animal machines”, animali macchina (termine coniato da Ruth Harrison nel suo famoso libro uscito nel 1964), si inseriscono perfettamente in un contesto dove il rischio di perdita di identità sia dell’animale sia del mondo agricolo è molto elevato. Poiché allevare non è semplicemente un operare ma una modalità d’essere e di porsi al mondo, il benessere degli animali chiama in causa fattori e peculiarità delle relazioni umane. Rispettare la vocazionalità del territorio dovrebbe comprenderne anche il rispetto per l’animale e l’allevatore; le razze autoctone sono importanti per il mantenimento della variabilità genetica, ma anche un patrimonio socio-culturale.

Lo sfruttamento della terra per le monoculture sta impoverendo i suoli e le popolazioni, e non favorisce la fisiologia né l’etologia dell’animale. Vedere pascolare gli animali, in aree gestite in maniera razionale e adeguata ai loro fabbisogni, aiuta quell’immagine “naturale” che il consumatore sempre più richiede, associando l’antico, il tradizionale alla qualità. Ma il passato non sempre è sinonimo di prodotti di qualità, salubri ed etici. Ritengo che la zootecnia moderna abbia contribuito, insieme ad altre discipline scientifiche, ad accrescere notevolmente le conoscenze sulle esigenze e i bisogni degli animali, e che questo sapere, insieme a una consapevolezza non solo ecologica, ma anche estetica, deve porre al centro il rispetto per gli animali. Questo rispetto potrebbe diventare uno strumento importante per la modernizzazione delle stesse imprese zootecniche. Un approccio globale alla zootecnia che tenga conto anche degli aspetti emozionali e comportamentali degli animali, dell’importanza e della qualità del tempo trascorso con loro, della loro intelligenza, del ruolo da attori partecipativi al lavoro che gli compete, del sapere medico integrato con altre conoscenze e di una corretta interazione delle diverse specie animali e vegetali, porta a un equilibrio con l’ambiente e con l’uomo.

 

IM3 archStahelinPIC

Stalla a Wildenstein, CH, arch. Kury Stahelin, 2013 (fonte www.staehelinarchitekten.ch)

 

Una mera e utilitaristica visione dell’animale può, invece, portare a una mancanza di rispetto anche dell’essere umano e del suo ambiente. Gli animali macchina possono essere ospitati in strutture che niente hanno a che fare con il territorio che le ospita, quando invece la straordinaria peculiarità culturale e storica del nostro paese può offrire eccellenze in questo settore produttivo. Il consumatore è oggi alla ricerca di prodotti identificabili, con caratteristiche di multifunzionalità, si potrebbe parlare di razze a triplice attitudine latte, carne e ambiente, dove come ambiente si intende non solo il paesaggio ma anche l’ambiente di allevamento.

Attributi quali salubrità, qualità, eticità e sostenibilità ambientale sono collegati direttamente dai consumatori a carni derivanti da allevamenti che rispettano elevati standard di benessere (Borra e Tarantola, 2016). Gli allevatori per primi chiedono una maggiore regolamentazione (si pensi, per esempio, che non esiste una normativa sul bovino adulto), manodopera affidabile e sufficientemente formata (i giovani, o forse meglio dire gli italiani, non vogliono più fare questo mestiere), e, fondatamente, anche un aiuto non solo economico ma anche politico. Fino a quando si delega ai singoli consumatori o agli allevatori più virtuosi il compito di sostenere una certa tipologia di allevamento troveremo sul mercato prodotti di nicchia a prezzi elevati, mentre i prodotti più economici, ovviamente e giustamente più appetibili, mostreranno solo negli anni i loro costi sociali.

L’allevatore che si preoccupa e si occupa di tutela del benessere dei suoi animali si vede partecipe e protagonista anche dello scenario sociale, responsabile moralmente verso una sua gestione e disposto in linea di massima a cooperare in maniera più fattiva e organica. Sentirsi parte attiva di una comunità diventa un fattore costitutivo della scelta riguardo modalità e tecniche di allevamento, porta a un senso di corresponsabilità verso l’ambiente naturale e a un uso razionale delle risorse ambientali, anche a livello estetico (Tarantola et al, in press).

Compito di associazioni, studiosi e istituzioni è quello, infine, di garantire un flusso di informazioni il più possibile efficace attorno a un’intera filiera produttiva nonché rinforzare quei processi di fiducia che alimentano reti di sostegno e consenso, di carattere intellettuale e culturale, spesso alla base dell’incentivo verso un cambio nelle proprie scelte di consumo, in ordine a un’attenzione maggiore verso il benessere degli animali allevati.