La mezzadria: una lunga storia della nostra terra

a cura del Museo dell'Agricoltura di Torino

Il recente recupero di una serie di contratti agricoli, costituenti la collezione appartenente a privati e al Museo dell’Agricoltura del Piemonte ed esposti nell'area Piemonte del Salone del gusto 2018, è stata l'occasione di riflessione e analisi sull'istituto della mezzadria e sulle caratteristiche proprie di questi contratti, vere rarità del patrimonio contadino piemontese.
L’importanza dello studio della mezzadria è inseribile nell’analisi della continuità tra il passato , il presente e il futuro della nostra agricoltura, costituito dalla produzione di beni pubblici, beni e servizi che hanno valore per la società, con riferimento non solo alla produttività ma anche alla protezione dell’ambiente, alla fertilità dei suoli e alla qualità delle acque, alla conservazione della biodiversità e del paesaggio, alla salute delle piante e degli animali e allo sviluppo rurale.

Il contratto

La mezzadria (da un termine derivante dal latino tardo che indica "colui che divide a metà") è un contratto agrario d'associazione con il quale un proprietario di terreni (chiamato concedente) e un coltivatore (mezzadro), si dividono (normalmente a metà) i prodotti e gli utili di un'azienda agricola (podere). La direzione dell'azienda spetta al concedente. Nel contratto di mezzadria, il mezzadro rappresenta anche la sua famiglia (detta famiglia colonica). C’era un forte divario sociale tra proprietario della cascina, borghese, cittadino, possidente ed il mezzadro, semplice lavoratore di campagna - non semplice bracciante, esecutore di ordini-ancora analfabeta. Al mezzadro venivano richieste capacità e autonomia professionali , ma anche onestà, rettitudine morale e familiare e abnegazione nel lavoro. Il “Padrone”, vocabolo oggi connotato in modo negativo, in senso classista ed associato un poco al concetto di sfruttamento del lavoratore , allora era concepita forse come un rapporto famigliare tra quello che oggi si identifica come il concedente e la famiglia mezzadrile nel suo insieme.
Podere, famiglia colonica, casa rurale e proprietà costituivano una struttura armonica indivisibile con obblighi, diritti e doveri per le parti contraenti. A guidare la ripartizione del profitto era il principio "della metà".

La situazione agricola era abbastanza tipica nella collina piemontese: aziende di una quindicina di ettari, sparsi su doverse coline e fondi valle, con conduzione a mezzadria, priva di possibilità irrigue, con 1/3 di bosco ceduo e il resto del territorio a vigneto, prato permanente e seminativo. I prodotti – eccetto il vino e modesti quantitativi di frumento e mais – erano destinati al consumo delle due famiglie ( padronale e mezzadrile) o all’impiego zootecnico. L’imprestazione o la prestanza rappresentava quanto il mezzadro riceveva in prestito, entrando in cascina. Le medesime quantità o cose dovevano essere lasciate o restituite al termine del contratto. Dunque una sorta di prestito, che comprendeva denaro, alimenti per la famiglia e per il bestiame. I beni massareggiati erano i terreni, i campi, le vigne inclusi nel contratto di mezzadria. Al mezzadro venivano richieste delle servitù , oltre alla divisione dei prodotti , generalmente a metà, a spesso anche in un rapporto di 2:3 nel caso di vino, ma soprattutto la condivisione del “progetto produttivo” e quindi assoluta fedeltà, ubbidienza non solo al padrone ma anche al suo intermediaro, spesso presente.

Venivano inseriti in queste capitolazioni anche doveri che eccedono il ruolo agricolo, che forse oggi considereremmo di normale cortesia di buonvicinato ma certamente un obbligo nell’ambito di un rapporto di parziale sottomissione : impastare e cuocere il pane dopo aver portato le granaglie al mulino, rifornire la famiglia del padrone, quando presente, di generi alimentari, svolgere lavori di pulizia e ordine tipo spazzare l’aia e il giardino, fare il bucato e prestare assistenza in caso di malattia del padrone o di un suo familiare o addirittura dell’agente. Ovviamente il padrone non disponeva di mezzi autonomi di locomozione e quindi si avvaleva del traino del bestiame di sua proprietà, affidato al mezzadro.
Assicurando al proprietario del fondo una congrua rendita senza bisogno di grandi investimenti, la mezzadria costituì a lungo un freno all'introduzione di metodi imprenditoriali nell'agricoltura, con la conseguenza di una bassa produttività dei terreni. È tuttavia valido il patto con il quale taluni prodotti si dividono in proporzioni diverse.

 

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La storia

La mezzadria ha connotato l’ambiente e la società agricola di gran parte dell’Italia soprattutto centro-settentrionale, per molti secoli. Nasce alla fine dell’impero romano, insieme ad altri istituti di ripartizione agraria. Inizialmente aveva delle caratteristiche di scarsa definizione, mentre in epoca moderna fu definita in quanto tale, assumendo le caratteristiche che sono durate in Italia fino al secolo scorso. Le tre componenti fondamentali erano il fondo che doveva avere anche l’abitazone del mezzadro; il fondo stesso che doveva essere diversificato- prato, bosco, vigna; la famiglia e cioè era fondamentale la presenza di una famiglia coltivatrice che garantisse alla proprietà la forza lavoro necessaria alla coltivazione del fondo.

In epoca più antica, la mezzadria vedeva come proprietari soprattutto le grandi famiglie e gli ecclesiastici, questi ultimi in particolare che riservavano al colono una quota di prodotto anche superiore alla metà, così come fa pensare il concetto stesso di mezzadria. In età napoleonica e post napoleonica, quando quelle istituzioni venute meno videro frazionate le grandi proprietà e il ricostituirsi di fondi di entità ridotta, comparve la borghesia urbana che investiva nei fondi condotti a mezzadria risorse e denari, anche se talvolta si trattava di investimenti a scarso rendimento. Questo istituto mezzadrile fu cambiato radicalmente dopo l’Unità d’Italia quando il nuovo codice rimosse una visione societaria del fondo a compartecipazione tra proprietario e mezzadro, per concedere al padrone il ruolo di “locatario” e affidargli ogni potere di gestione.

Ne derivarono conseguenze molto gravi perché non vennero più fatti investimenti né da parte del concedente che avrebbe dovuto rinunciare ai suoi guadagni né dal mezzadro che non aveva le risorse sufficienti . Ne scaturì una grossa crisi dell’istituto mezzadrile sia a livello produttivo che sociale. In Piemonte non ci furono grossi conflitti perché l’immigrazione e lo sviluppo industriale creò gli sbocchi alternativi per i coltivatori che volevano abbandonare i campi. Diversamente da quanto accadde per esempio in Emilia Romagna. In Piemonte inoltre vi fu la nascita di piccole proprietà contadine per i quali furono essenziali i finanziamenti che provenivano dai banchieri, in particolare ebrei, che avevano acquistato importanti fondi frazionati. Negli anni ‘30 il fascismo tese a rafforzare l’istituto mezzadrile attribuendo al capo della famiglia mezzadrile funzioni importanti con responsabilità pressocchè unica ma nel ‘46 questa formula entrò totalmente in crisi, soprattutto in certe regioni come l’Emilia Romagna. I successivi interventi governativi che davano al mezzadro il corrispettivo dal 50 al 58% del prodotto, non riuscirono a far risollevare questo tipo di formula contrattuale.

Il legislatore L 756 15/9/1964 ha vietato, a pena di nullità, la stipulazione di nuovi contratti di mezzadria e ha notevolmente modificato la disciplina del codice civile sul tema, accelerando, contestualmente all’industrializzazione, l’abbandono dei poderi da parte dei mezzadri e l’adeguamento del paesaggio alla meccanizzazione agricola.

 

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