L’Arca e la Cornucopia: percezione e sviluppo dell’agrobiodiversità

 

di Moreno Soster - Direzione Agricoltura regione Piemonte

 

Biodiversità è parola di uso comune e ampiamente usata a livello divulgativo, ogni volta che occorre evidenziare i rapporti della comunità umana - e delle sue attività - con la natura. La biodiversità esprime la variabilità degli esseri viventi negli eco-sistemi che li ospitano, ossia l’insieme degli animali, vegetali e microrganismi che vivono in equilibrio dinamico nel loro ambiente naturale. Normalmente, si ritiene che ad una variabilità maggiore corrisponda un ambiente più resiliente e meno compromesso dall’attività antropica.

Il concetto di biodiversità ha una valenza prioritariamente ecologico-ambientale e si riferisce ad un contesto naturale. Più complesso è affrontare l’agrobiodiversità, che è parte della biodiversità, come “insieme di tutte le componenti della diversità biologica rilevanti per l'agricoltura e l'agro-ecosistema, tra le quali le varietà delle specie vegetali coltivate, le razze delle specie animali di interesse zootecnico, le specie di insetti (api, baco da seta) e di microrganismi (lieviti, batteri, micorrize) utili.” (www.treccani.it) e ancora: “L’agrobiodiversità è essenzialmente legata agli agro-ecosistemi, cioè agli ambienti naturali modificati dall´uomo con l’introduzione della coltivazione e dell’allevamento finalizzati alla produzione agricola” (Linee guida per la conservazione e la caratterizzazione della biodiversità di interesse per l’agricoltura, 2012).

Quindi, l'agrobiodiversità ha una valenza prioritariamente economico-sociale e si riferisce ad un contesto artificiale, in quanto plasmato dall’uomo a partire da fattori naturali addomesticati e finalizzato alla creazione di reddito. Nella Convenzione della Biodiversità, adottata a Nairobi e siglata a Rio de Janeiro nel 1992, il concetto di agrobiodiversità si estende oltre che a razze e varietà, anche alla cultura agronomica e zootecnica che ne consentono la gestione ed ai paesaggi agrari che esse generano.

L’effetto clessidra

In genere si chiama in causa la biodiversità o l’agrobiodiversità per manifestare l’allarme per la sua perdita. In effetti occorre chiarire meglio il concetto. In natura esistono circa 270.000 specie vegetali e 50.000 specie animali, limitandoci a considerare mammiferi e uccelli; di questi, a partire dal Neolitico (10.000 anni fa), la comunità umana ha addomesticato 120 specie vegetali destinate alla coltivazione e 40 specie animali per l’allevamento (mammiferi e uccelli). Quindi un numero molto limitato di specie che l’uomo ha selezionato a fini agricoli. Tuttavia, a partire da queste poche specie, sono stati via via selezionati milioni di varietà vegetali e migliaia di razze animali, sulla base degli ambienti di coltivazione-allevamento, delle scelte degli agricoltori e delle richieste del mercato.

I censimenti effettuati in ambito FAO evidenziano come siano oggi disponibili 235.000 varietà di frumento, 775.000 di riso, 98.000 di patate, ecc. e 7.600 razze animali allevate. A partire da una grande biodiversità originale, l’uomo ha scelto poche specie, ma poi all’interno di queste ha nuovamente ricreato un’ampia diversità orientata sulla base di criteri economici, con un “effetto clessidra” (box 1). Ovviamente, essendo il mercato mutevole e la gestione economica dell’azienda agricola in continua evoluzione, è possibile che alcune varietà o razze risultino meno interessanti e vengano quindi abbandonate. Ma al contempo altre varietà o razze sono selezionate e inserite negli agro-ecosistemi.
Se la perdita di biodiversità di un ambiente naturale è potenziale sintomo di squilibrio dell’eco-sistema e tendenzialmente da considerare come aspetto negativo, in teoria non altrettanto si può dire dell’agro-biodiversità dove alla perdita di una varietà/razza corrisponde spesso l’introduzione di una varietà o razza economicamente più performante.

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Le risorse genetiche

Allo stato attuale della ricerca e della tecnica le varietà e razze interessanti per l’agrobiodiversità sono raggruppate in:

  • Risorse genetiche vegetali (RGV) comprendenti specie spontanee, parentali di forme domesticate, ecotipi, varietà locali, varietà migliorate;
  • Risorse genetiche animali (RGA) comprendenti popolazioni e razze;
  • Risorse genetiche microbiologiche (RGM) comprendenti specie e ceppi.

A partire da questa sintetica schematizzazione si comprende l’ampiezza della nostra agrobiodiversità che passa dal Porro di Cervere alla razza bovina Frisona!

Agrobiodiversità e sistemi agricoli

Un sistema agricolo è l’insieme organizzato delle diverse componenti di un’impresa agricola: il territorio nelle sue componenti pedologiche e climatiche, le risorse genetiche impiegate, la preparazione professionale e le capacità manageriali dell’imprenditore che è condizionato anche dall’influenza della società e della cultura dell’ambiente in cui opera, la disponibilità di capitali, l’obbiettivo economico.

In Italia, nel corso del XX secolo, abbiamo assistito ad un progressivo mutamento dei nostri sistemi agricoli che nella prima metà del secolo erano ancora spesso estensivi, a conduzione diretta famigliare, finalizzati ad una produzione promiscua con utilizzo di varietà e razze locali, destinata all’autoconsumo e al mercato di prossimità, per passare successivamente a sistemi più intensivi, specializzati, fortemente orientati al mercato non solo locale e gestiti con criteri capitalistici.
A sistemi agricoli così diversi corrispondono differenti risorse genetiche selezionate ed impiegate, coerentemente agli obbiettivi economici dell’impresa. Se nella prima parte del ‘900 si può parlare di agrobio-diversità, a partire dal secondo dopoguerra si sviluppa un’agrobio-uniformità, le cui caratteristiche salienti sono sinteticamente riportate in box 2.

Agro biodiversit Box

 

L’arca e la cornucopia

La presa di coscienza di questi differenti approcci all’uso delle risorse genetiche, e in particolare la standardizzazione/globalizzazione dei sistemi agricoli che abbandonavano le varietà e razze locali nonché il crescente interesse commerciale-brevettuale nell’uso di tali risorse genetiche, ha stimolato la comunità scientifica e culturale a riflettere sul futuro dell’agrobiodiversità. Ne sono emersi due principali filoni di pensiero.

Da una parte si è evidenziato come l’agricoltura stesse uniformando eccessivamente le risorse genetiche utilizzate, con una perdita delle varietà e razze locali in favore di una selezione spinta di poche varietà e razze cosmopolite, sostenendo quindi la necessità di una sensibilizzazione collettiva al recupero e alla conservazione delle risorse genetiche locali a rischio di estinzione; questo è l’approccio dell’Arca, che vuole conservare risorse genetiche adattate nel tempo a specifici ambienti, fisici e e socio-culturali, e considerate più resilienti, accompagnate dalla cultura locale che le ha selezionate e che li usa.

Dall’altra si teorizza l’agrobiodiversità come una fonte quasi inesauribile di geni che possono essere utilizzati, e ricombinati, avvalendosi delle più avanzate tecniche di miglioramento genetico e di selezione. E’ l’approccio della Cornucopia (il mitologico corno dell’abbondanza), in cui non importa se scompaiono alcune varietà o razze locali in quanto saranno sostituite da altre, selezionate e adattate ai nuovi obbiettivi economico-gestionali che si porranno le aziende.

Percorsi normativi

L’agrobiodiversità è condizionata dal suo ruolo nell’economia agricola la quale, a causa del suo valore strategico per l’alimentazione della comunità umana e per l’uso del territorio, è fortemente influenzata dalle scelte politiche che si esprimono formalmente attraverso atti normativi quali leggi e regolamenti.
A seguito delle riflessioni sviluppate in ambito scientifico e culturale, a partire dagli anni ‘90 del secolo scorso sono stati prodotti alcuni Trattati internazionali (Convenzione della biodiversità - 1992, Trattato Risorse fitogenetiche - 2001, Protocolli di Cartagena - 2003 e di Nagoya - 2010), che hanno costituito gli orientamenti, anche giuridicamente vincolanti, per la produzione di leggi specifiche sull’agrobiodiversità.
In Italia sono state le Regioni centrali, con la Toscana quale leader indiscussa, a produrre le prime norme sull’agrobiodiversità, con un approccio culturale dell’Arca,i cui elementi principali sono inseriti in box 3 e 4. L’indirizzo politico che emerge è quello del sostegno a sistemi agricoli locali, volti al mantenimento di paesaggi fruibili anche turisticamente e orientati alla produzione di specialità agroalimentari tradizionali.

Le esperienze maturate in sede regionale (sono 10 le Regioni che hanno legiferato) hanno condotto alla definizione nel 2008 di un Piano nazionale biodiversità di interesse agricolo che ha consentito la produzione delle “Linee guida per la conservazione e la caratterizzazione della biodiversità di interesse per l’agricoltura” e, successivamente, all’emanazione della Legge 1 dicembre 2015, n. 194. Un insieme di norme che conferiscono all’Italia un ruolo rilevante e pionieristico, nella gestione della propria agrobiodiversità, che è un unicum a livello mondiale.

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La recente legge nazionale rappresenta un passo importante in quanto definisce alcuni concetti di base per uno sviluppo armonico nella gestione dell’agrobiodiversità su tutto il territorio italiano, consentendone l’applicazione anche alle Regioni che non si sono dotate finora di una legge propria. Anche in questo caso l’approccio culturale è quello dell’Arca e tra i tratti più rilevanti merita ricordare:

  • l’obbiettivo di conservare le risorse genetiche locali a rischio di estinzione o di erosione genetica (RG);
  • la definizione della Rete nazionale della biodiversità, finalizzata alla conservazione delle RG e composta dagli Agricoltori custodi e dai Centri di conservazione ex situ o Banche del germoplasma;
  • la creazione di un Fondo annuale a sostegno della Rete nazionale;
  • lo sviluppo di un’Anagrafe nazionale ossia di una banca dati contenente la descrizione delle RG, con finalità di monitoraggio, gestione, tutela e valorizzazione; in essa confluiscono di diritto le risorse genetiche già riconosciute dalle Regioni nell’ambito dell’applicazione delle proprie leggi specifiche, pertanto attualmente sono iscritte all’Anagrafe nazionale 1480 RG vegetali e 95 RG animali provenienti dai Repertori regionali di Campania, Emilia Romagna, Lazio, Marche, Toscana, Umbria;
  • la realizzazione di un Portale per favorire la diffusione di conoscenze e lo scambio di esperienze tra le varie realtà che operano nel campo della conservazione delle RG;
  • l’impulso all’avvio delle Comunità del cibo e degli Itinerari della biodiversità, nonché ad iniziative di sensibilizzazione presso le scuole e l’istituzione della Giornata della biodiversità (il 20 maggio).

In sintesi, la legge nazionale si propone di sviluppare su tutto il territorio italiano una Rete di soggetti che curano la conservazione delle varietà e delle razze locali a rischio di estinzione o di erosione genetica sia a livello aziendale agricolo (Agricoltori custodi, conservazione on farm), sia in Centri o Banche del germoplasma (conservazione ex situ), generalmente collocate presso Istituti di ricerca. In questo modo è possibile integrare il mantenimento dinamico della risorsa genetica in ambito aziendale (ossia l’evoluzione della varietà o razza sulla base dei mutamenti ambientali e della gestione agricola) con la sua conservazione statica presso Centri da cui è possibile recuperare la risorsa in caso di necessità. Tutte le varietà e razze conservate sono anche inserite nell’Anagrafe nazionale che ne certifica le caratteristiche, dovrebbe tutelarle in sede giuridica e, per i vegetali, semplificarne gli obblighi in materia vivaistica e sementiera. Sarebbe opportuno, infine, che l’iscrizione all’Anagrafe consentisse a queste risorse genetiche di ricevere prioritariamente gli aiuti previsti dai programmi comunitari di Sviluppo rurale dedicati al sostegno della biodiversità di interesse agricolo.

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Il mercato

Le risorse genetiche oggetto di selezione e miglioramento, p.es. gli ibridi commerciali di mais oppure la razza bovina Frisona, hanno carattere ormai cosmopolita e sono destinate a sistemi agricoli commerciali, generalmente finalizzati alla produzione di materie prime agricole indifferenziate (commodities). Nondimeno, abbiamo varietà e razze che, pur essendo locali, hanno saputo coniugare il proprio adattamento e legame produttivo, con specifici territori in cui si sono evoluti, ad attitudini produttive che trovano un buon riscontro sul mercato delle specialità agroalimentari (specialties) sia sotto tutela d’origine (DOP, DOCG, DOC, DO, IG), sia nella produzione biologica, sia come prodotti tradizionali (PAT). L’esempio più eclatante del successo di questa agrobiodiversità sono le produzioni enologiche di pregio basate su vitigni autoctoni, le specialità lattiero casearie, carnee e di salumeria ottenute da razze locali (Cinta Senese DOP, Vitelloni piemontesi della coscia IGP) , gli ortofrutticoli a denominazione d’origine (p.es. Aglio di Voghiera DOP, Carciofo di Paestum IGP, Marrone della Val Susa IGP, Radicchio rosso di Treviso IGP).

Tuttavia, la maggior parte delle varietà e razze locali sono inserite in sistemi agricoli locali che alimentano prevalentemente una produzione di nicchia, qualitativamente anche elevata ma in piccoli volumi, destinata a mercati di prossimità o di filiera corta. Infine, le risorse genetiche locali a rischio di estinzione sono impiegate in sistemi agricoli amatoriali con finalità prevalentemente conservative. In questo caso viene meno l’aspetto produttivo-commerciale mentre prevale un approccio culturale, con l’obbiettivo di conservare una risorsa genetica - per sé stessa e indipendentemente dal suo effettivo interesse commerciale immediato - ma anche la sua storia nonché il territorio sociale e paesaggistico che ad essa è legato. In questo ambito si collocano p.es. le iniziative sviluppate dalla Rete Semi rurali.

L’agrobiodiversità del Piemonte

Nonostante la mancanza di una norma specifica, anche se con l’articolo 44 della Legge regionale n. 1/2019 si è riconosciuta l’importanza della biodiversità agricola regionale, il Piemonte ha lavorato molto per la caratterizzazione e la conservazione del proprio patrimonio con risorse economiche regionali e comunitarie. Nel corso di oltre 30anni, sono stati realizzati alcuni centri di conservazione ex situ per le principali specie vegetali di interesse regionale; melo (400 varietà) e pero (80) a Bibiana (TO) presso la Scuola Malva, vite (300) presso l’Istituto agrario di Grinzane Cavour (CN), drupacee minori (50) a Pecetto-Chieri (TO).

In ambito orto-fruttticolo, a seguito della caratterizzazione, ossia della descrizione mediante scheda tecnica della singola varietà, è stato possibile iscrivere 540 varietà di specie da frutto nel Registro nazionale delle varietà di interesse locale (ai sensi del D. Lgs. n. 124/2010) e una ventina di varietà cerealicole e ortive al Registro nazionale delle varietà da conservazione. Con fondi comunitari, da oltre 20 anni, sono sostenute le aziende zootecniche che allevano capi di razze locali a rischio di estinzione; nell’ultimo periodo di programmazione del PSR sono stati erogati aiuti a 1200 aziende custodi per circa 23.500 capi appartenenti a 5 razze bovine, 7 ovine e 4 caprine.

Infine, è stata realizzata un’ampia divulgazione per favorire la conoscenza e la consapevolezza dell’importanza del nostro patrimonio regionale di varietà e razze locali, attraverso numerose pubblicazioni e iniziative di animazione. L’ultima in ordine di tempo è avvenuta in occasione della Giornata della biodiversità tenuta presso Agrion di Manta il 20 maggio 2019. Intanto, nel corso dei prossimi mesi, anche il Piemonte inizierà ad iscrivere le proprie risorse genetiche locali a rischio di estinzione o erosione genetica in Anagrafe nazionale.

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