L’agroalimentare al centro della ripresa economica nazionale

di Stefano Cavaletto (IRES piemonte)

 

Con la diffusione dei dati economici relativi al primo semestre dell’anno, contrassegnato dallo scoppio della pandemia di Covid-19 che ha costretto l’Italia a fermarsi, iniziano a farsi più chiare le dimensioni della crisi che ha colpito il nostro paese e le principali economie mondiali. Si tratta di una crisi che ha colpito duramente il sistema economico, incidendo in modo particolare sul comparto manifatturiero ed evidenziando alcune debolezze strutturali del nostro paese.

Il dato del PIL del secondo trimestre 2020 ha raggiunto il -17,5% mentre per l’intero anno la previsione della Banca d’Italia è di una diminuzione del 9,5% che sarebbe stata anche peggiore se le principali istituzioni nazionali ed europee non avessero agito tempestivamente mettendo in moto numerose misure di intervento per stimolare la ripresa dei consumi e dell’economia.

L'agroalimentare e gli altri settori produttivi

Le prime difficoltà si erano registrate nel campo del commercio internazionale con limitazioni alla circolazione delle merci, soprattutto in alcune aree del globo e un aumento della volatilità dei prezzi delle materie prime. La riduzione del valore degli scambi nel primo semestre 2020 è stato del 9% su scala mondiale ma la buona notizia è che in Italia il settore agroalimentare ha registrato perdite soltanto nei mesi di aprile e maggio tornando a crescere già dal mese di giugno (+3%). Il saldo commerciale del settore, su scala nazionale, ha chiuso in positivo il semestre (710 milioni di euro) anche grazie al calo delle importazioni (-5,1% rispetto all’anno precedente, fonte Ismea). Sul fronte dell’export le categorie di prodotto che hanno fatto segnare i maggiori aumenti sono state le colture industriali (+22,7%) e i cereali (+13,8%) mentre sono calati il florovivaismo (-12,4%) e i vini (-4,1%), due tra i settori più colpiti dal blocco delle attività operato dal governo italiano per contenere gli effetti della pandemia.

Allargando lo sguardo agli altri settori produttivi, emerge come l’agroalimentare sia l’unico ad aver recuperato così velocemente le perdite subite aumentando di fatto il proprio peso sull’economia nazionale. Il valore della filiera, considerando anche la fase di distribuzione e commercializzazione, supera i 500 miliardi di € impiegando circa 3,8 milioni di persone (fonte Coldiretti). Una filiera che fa registrare numeri in crescita, in controtendenza rispetto al resto del paese e che quindi nel 2020 aumenterà notevolmente il proprio contributo al PIL nazionale (potrebbe superare il 25%). A questo proposito bisogna considerare anche il fatto che l’agroalimentare, a differenza della maggior parte dei settori, è stato considerato “strategico” dal governo italiano e pertanto non soggetto (con l’eccezione del florovivaismo) alle chiusure previste per il contenimento dell’epidemia. Non sono, però, mancate le difficoltà, soprattutto a causa dell’improvvisa chiusura di un importante sbocco commerciale quale il settore turistico e della ristorazione. Ciò ha causato numerosi mutamenti nell’organizzazione, in particolare sul fronte distributivo, sommandosi ai repentini cambiamenti in atto nelle abitudini di consumo da parte delle famiglie italiane, costrette a casa dal lockdown.

Proprio su questo aspetto si sono concentrate, fin dai primi giorni, le attenzioni delle istituzioni e degli operatori, per sostenere il sistema produttivo e permettere il regolare flusso di merci verso i punti vendita e le famiglie. Questa situazione fortemente anomala ha provocato una vera e propria rivoluzione per quanto riguarda le abitudini alimentari e le modalità di acquisto delle famiglie italiane costringendo molte aziende a modificare alcuni aspetti logistici e organizzativi per soddisfare le richieste dei consumatori. Sono numerose, ad esempio, le aziende agricole che hanno implementato nuove forme di vendita diretta consegnando direttamente la merce presso le abitazioni e utilizzando i servizi on-line per la raccolta degli ordini.

I consumi e gli stili di vita degli italiani

È stato recentemente presentato il Rapporto Coop, dedicato ai consumi e agli stili di vita degli italiani, in cui sono ben evidenziate queste tendenze. In primis, come era prevedibile, risulta evidente un fortissimo aumento della componente dell’e-commerce. Il volume totale degli acquisti alimentari digitali, nel periodo del lockdown, ammonta a 1,4 miliardi di €, un dato che potrebbe salire a 2,7 miliardi per l’intero 2020. La tendenza di un aumento degli acquisti attraverso le piattaforme digitali era già segnalato in crescita negli ultimi anni ma gli operatori del settore prevedevano il raggiungimento di questo livello di acquisti non prima del 2025. Ciò ha impresso una forte spinta verso l’espansione del mercato digitale, portando molte famiglie a scegliere per la prima volta questo canale. Nel primo periodo (fino a metà aprile) vi è stato un aumento di acquirenti del 56% rispetto al 2019 mettendo anche in difficoltà l’organizzazione delle piattaforme di acquisto. Si stima che il 18% degli acquirenti abbia dovuto rinunciare ad un acquisto a causa dell’esaurimento delle disponibilità da parte dei negozi on-line. Tuttavia, il settore agroalimentare risulta quello in cui i canali tradizionali resistono maggiormente, infatti secondo la ricerca svolta dall’Ufficio Studi della Coop, sul totale degli acquisti digitali l’alimentare rappresenta il 21% contro il 29% sul totale degli acquisti non digitali.

Analizzando i dati sulle vendite durante il semestre appena terminato, l’acquisto dei prodotti alimentari ha confermato ancora una volta l’anticiclicità del settore, ottenendo risultati positivi in controtendenza rispetto agli altri settori. Il 73% delle famiglie intervistate nell’indagine svolta da Coop afferma di aver cambiato le abitudini di acquisto, dovendo operare scelte dettate dal risparmio ma nonostante ciò la spesa pro-capite di prodotti alimentari è aumentata dell’1,8% confermando la volontà da parte delle famiglie italiane di non operare tagli alla spesa alimentare in un periodo di difficoltà economica. Anche le vendite presso la grande distribuzione sono aumentate del 4,8% rispetto all’anno precedente con alcuni aumenti molto sopra la media record del 40% per i prodotti utilizzati per cucinare. Tra le tendenze di acquisto più evidenti, infatti, è emersa da una parte la riscoperta del cibo preparato in casa, con un aumento del 44% della categoria “ingredienti” (olio, uova, farina ecc.) mentre dall’altra la necessità di garantire scorte di lunga durata ha premiato i prodotti a lunga conservazione (+31%) e i surgelati (+27%).

L’altro lato della medaglia, invece, è rappresentato dal segmento della ristorazione, che risulta tra i più danneggiati, non solo nel periodo in cui tale attività è stata costretta ad una chiusura forzata, ma anche nei mesi successivi in cui molte famiglie non hanno ripreso le abitudini precedenti. Nelle interviste effettuate, infatti, sono il 53% le famiglie che intendono risparmiare su questo fronte (secondo solo ai viaggi all’estero).

Oltre agli acquisti, inoltre, sono aumentati notevolmente anche gli utenti che usufruiscono di altri servizi (come ad esempio quelli bancari o della Pubblica Amministrazione), imprimendo una forte spinta alla digitalizzazione del paese e ponendo ancora più al centro del dibattito politico la questione del digital divide. Nei prossimi mesi alcune di queste tendenze si attenueranno tornando su livelli più simili alla situazione pre-Covid ma quasi certamente saranno confermate nel medio e lungo periodo.

Per far fronte a questi cambiamenti serviranno molti investimenti sia nel settore pubblico che in quello privato e sarà necessario utilizzare al meglio le risorse messe a disposizione dall’Unione Europea, che ha varato da poco il piano economico Next Generation EU (o Recovery Fund). Tali risorse (209 miliardi di € per l’Italia se si sommano sussidi e prestiti) dovranno servire ad uscire velocemente dalla crisi (rilanciando subito consumi, occupazione e produttività) ma anche a risolvere i problemi strutturali che ostacolano il corretto sviluppo economico, in sintonia con gli obiettivi generali della Commissione Europea.