Come ripartire? Rispondono gli operatori del settore

Tre domande sull'attuale situazione economica e produttiva ai principali operatori del settore agroalimentare piemontese 

 

ORTOFRUTTA - Domenico Sacchetto, Presidente AOP Piemonte

Puntiamo su salubrità e qualità della nostra frutta

Il settore ortofrutticolo non si è mai fermato, tuttavia il ridimensionamento dei mercati rionali e del settore della ristorazione ha avuto ripercussioni anche sulle produzioni agricole. Dopo due mesi e le riaperture graduali, com'è la situazione?

Siamo stati fortunati perché abbiamo potuto e dovuto continuare a lavorare per poter garantire ai cittadini italiani di mangiare la frutta genuina e salubre, nonostante il rischio che abbiamo corso durante la lavorazione e del confezionamento della frutta conservata nei magazzini (mele e kiwi) e in campagna per poter fare i lavori agronomici (potatura, reti antigrandine, ecc…) per poter garantire la frutta estiva.
Trascorsi due mesi riguardo a mele e kiwi possiamo dire che la chiusura dei mercati rionali e la ristorazione non hanno dato grossi svantaggi perché la mancata vendita è stata sopperita molto bene dall’acquisto delle singole famiglie chiuse in casa e anzi possiamo dire che è aumentato il consumo rispetto agli anni passati. Forse perché frutta da pelare quindi ancor più comoda se si è in casa e frutta duratura quindi anche se si poteva fare la spesa una volta a settimana si potevano fare provviste senza il rischio di sprecare.
Siamo solo all’inizio ma sembra diversa invece la situazione riguardo alla frutta che sta maturando in questo periodo (fragole, mirtilli, piccoli frutti, ciliegie…) un po’ a causa del clima piovoso di queste ultime settimane che fa si che il prodotto deperisca più rapidamente e inoltre sembra esserci un calo dei consumi in generale…però siamo solo all’inizio quindi speriamo in un risvolto positivo anche perché le aziende hanno molto investito in questi anni e soprattutto in questi mesi per l’adeguamento ai regolamenti Covid e arrivano dalle ultime campagne in cui specialmente per la frutta estiva non si sono coperti i costi produzioni con i ricavi della frutta venduta.

I problemi legati al reclutamento della manodopera stagionale sono in fase di superamento?

Sono stati mesi molto intensi per fare i lavori culturali primaverili poiché mancava una parte di manodopera specializzata, normalmente stranieri che a causa del virus non hanno potuto entrare in Italia.
Finalmente il mondo frutticolo ha fatto sinergia proprio per cercare di trovare soluzioni, per cercare di sopperire alla mancanza di manodopera e trovare il modo di alloggiare in modo più sicuro possibile gli stagionali in questa fase di pandemia. Diverse associazioni e la Regione Piemonte si sono attivati per creare dei portali in modo da mettere in contatto disponibilità di lavoro e richiesta da parte delle aziende.
Insieme alla Regione Piemonte è stato fatto un protocollo per far si che le aziende sappiano come comportarsi per rispettare le norme e lavorare in sicurezza rispetto al Covid. La Regione Piemonte ha attivato anche un bando con i comuni proprio per agevolare e incentivare le aziende che danno ospitalità agli stagionali.
Direi che abbiamo avuto molti più italiani che si sono resi disponibili per la raccolta e la lavorazione della frutta, dai paesi dell’Unione Europea possono entrare in Italia per lavorare, speriamo che prima del momento clou della raccolta ovvero da agosto in poi possano arrivare anche dall’Albania e dall’Africa, dipendenti che da molti anni venivano a fare la stagione della raccolta e lavorazione, che normalmente hanno già i corsi della sicurezza e i patentini per i carri raccolta, molto importanti per essere in regola con le leggi.

In che modo può essere rafforzata la filiera e che ruolo dovranno giocare i vari attori del mercato, come ad es. la grande distribuzione?

Sicuramente la filiera deve essere rafforzata per poter garantire la sopravvivenza delle nostre aziende frutticole e poter essere competitive con gli altri produttori europei.
Tra i paesi esportatori l’Italia ha i costi di produzione molto più alti rispetto agli altri paesi, a volte anche del 50 %. E’ incredibile che in questo momento l’Italia, che è il maggior produttore di pesche e nettarine, consumi il 40 % che arriva dall’estero. Voglio solo ricordare che la salubrità della frutta che garantiamo in Italia non è paragonabile con quella che arriva da altri paesi quindi dobbiamo far capire ai cittadini italiani che devono essere nazionalisti (come i francesi) e privilegiare la frutta italiana e a volte anche essere disponibili a pagarla un pochino di più perché è vero noi garantiamo una frutta genuina ma per poterlo fare abbiamo dei costi più alti rispetto ad altri paesi.
Manca un pezzo della filiera: i grossisti , la grande distribuzione e tutti quelli che vendono il prodotto ai consumatori. Dobbiamo fare in modo che coinvolgendo le aziende agricole, le organizzazione dei produttori (magazzini di confezionamento), la grande distribuzione i produttori abbiano garantiti i costi di produzione e i consumatori abbiano un prezzo accessibile.
Mi auspico che veramente si possa arrivare ad un accordo per poter soddisfare tutta la filiera, indispensabile per la sopravvivenza delle nostre aziende frutticole che oltre a fare ingenti investimenti mettono passione e duro lavoro.

 

VINO - Filippo Mobrici, Presidente Piemonte Land of perfection

C'è voglia di Piemonte, in Italia e nel mondo

L’emergenza Coronavirus ha avuto un forte impatto sul vostro settore, in particolare in termini di export e crollo del turismo. Qual è il quadro della situazione?

Alla pari di tutte i più grandi distretti vitivinicoli italiani, anche il Piemonte ha sofferto le limitazioni imposte dal Coronavirus. Il crollo del canale Horeca, che vale circa 6 miliardi di euro, ha messo in difficoltà molte delle nostre aziende, storicamente orientate alla produzione di vini di qualità destinati a ristoranti ed enoteche. Il contemporaneo blocco delle esportazioni ha poi aggravato la situazione, esponendo il settore a una profonda crisi di liquidità e, in prospettiva della prossima vendemmia, a delle pericolose giacenze. A completare questo quadro già di per sé complesso c’è poi lo stop ai flussi enoturistici, che priva le cantine piemontesi di un’importante fonte di reddito, derivante anche dalla vendita diretta in cantina.

Gli strumenti di promozione tradizionali come fiere, eventi e incoming sono stati cancellati e sono in forte dubbio anche per il futuro. Come dovrà cambiare l'attività promozionale?

Lo slittamento delle iniziative che prevedono il contatto fisico ha spinto gli operatori a spostare la propria attività promozionale sul web, con conseguente fioritura di iniziative utili a mantenere i contatti. Probabilmente la pandemia ha modificato in modo irreversibile sul come le aziende entrano in contatto con i propri clienti, siano essi operatori, giornalisti o semplici appassionati. Accanto ai consueti canali fisici, che continueranno a giocare un ruolo insostituibile, emergeranno nuovi strumenti virtuali, utili soprattutto a quelle piccole realtà di cui il Piemonte è ricco, che, aprendosi al mondo, contribuiranno a divulgare il brand Piemonte.

Che ruolo possono avere I consorzi nel rilancio del settore? Sarà un settore diverso dal pre-crisi?

I Consorzi giocano un ruolo fondamentale nella rinascita del vino, essendo titolari di ampi poteri in materia di tutela e promozione. In tal senso non posso non ricordare la missiva che Piemonte Land ha inviato a inizio maggio alla Regione Piemonte, nella quale i Consorzi hanno tracciato la rotta per il rilancio del vino piemontese. Un articolato pacchetto di misure, da adattare alle singole specificità di ciascuna Denominazione tutelata dai Consorzi soci di Piemonte Land, che l’Assessore Protopapa ha accolto e sottoposto al Ministro Bellanova. Certamente il mondo post Covid-19 sarà diverso e chiederà un diverso approccio alle tematiche sanitarie, commerciali e promozionali. In tal senso il nostro sforzo è quello di farci trovare pronti, per favorire il rilancio del vino piemontese. C’è voglia di Piemonte, in Italia e nel Mondo.

 

VINO - Giulio Porzio, Presidente Vignaioli piemontesi

Il bisogno di sentirsi parte di una squadra

L’emergenza Coronavirus ha avuto un forte impatto sul vostro settore, con la chiusura degli operatori turistici e della ristorazione nei territori dell'enogastronomia di qualità. Qual è il quadro della situazione?

Vino, ristorazione e accoglienza sono i settori più colpiti dall’emergenza Covid-19. È ora di chiederci cosa possiamo fare di diverso che non facevamo prima e che oggi ha un valore. È ora di cogliere le nuove opportunità. I nostri ristoratori hanno inventato nuove forme di lavoro con il servizio di consegna a domicilio o il take away. Molti hanno scelto di mantenerli anche dopo la fase critica. Inoltre anche che il canale della grande distribuzione ha avuto un ruolo importante per la commercializzazione dei dei nostri vini. Ora bisogna ripensare il rapporto tra cantine e Gdo: noi non vogliamo che sia una parentesi ma l’inizio di nuove forme di alleanze e di collaborazione.

In che modo si sono “reinventate” le aziende vitinicole da un punto di vista commerciale e di marketing/comunicazione?

Siamo passati dall’andare in giro per il mondo, saltando da un aereo all’altro, a dover utilizzare in modo più professionale tutte le nuove tecnologie per rimanere connessi con i nostri clienti: social network, e-commerce, blog. Ma nello stesso tempo, siamo tornati a curare e cullare il cliente e a raccogliere le richieste di nuovi clienti “di prossimità”. Continueremo a farlo anche fuori dall’emergenza perché il coronavirus ci ha anche insegnato quanto il contatto umano sia importante e insostituibile.

Che ruolo ha la cooperazione nel rilancio del settore? Può essere un valore aggiunto?

In questi mesi, la cooperazione si è attrezzata per dare da bere un vino con un buon rapporto qualità prezzo. Vignaioli Piemontesi ha quotidianamente aggiornato il sito internet con le cantine associate che facevano consegne a domicilio, invitando tutti a ordinare nella cantina più vicina onde evitare lunghi spostamenti. Questi servizi, forniti durante l’emergenza, vanno mantenuti e incrementati. Di sicuro, la cooperazione è un valore aggiunto: nei momenti difficili, l’unione fa la forza. Non dimentichiamoci che la cooperazione dà la garanzia ai soci viticoltori che verrà ritirato tutto il prodotto a prescindere dall’andamento di mercato. Le cantine ritirano sempre tutte le uve perché sono attente all’aspetto sociale. In questi momenti crescono i soci perché c’è bisogno di sostegno, di non sentirsi soli ma parte di una squadra.

 

ZOOTECNIA - Simone Mellano, Direttore Asprocarne Piemonte

Investire sulla qualità italiana

Il comparto zootecnico (lattiero-caseario e della carne) è stato uno dei primi ad accusare gli effetti della crisi, anche a seguito del ridimensionamento del settore della ristorazione. Dopo due mesi e le riaperture graduali, si è in parte riequilibrata la situazione?

Per quanto riguarda il comparto del bovino da carne la situazione nelle ultime settimane si è notevolmente aggravata rispetto al primo periodo di quarantena. Le cause che stanno generando questo momento di grave difficoltà del mercato sono molteplici ma tutte da collegarsi all’epidemia da coronavirus in corso.
Certamente il problema maggiore è rappresentato dalla chiusura, dapprima totale e ora parziale, della catena Ho.Re.Ca. che coinvolge, oltre ai bar e ristoranti, anche tutto il segmento della ristorazione collettiva scolastica e commerciale. All’interno di questa categoria venivano inviati molti tagli e parti dei bovini che in questi mesi si sono accumulati nelle celle frigorifere dei macelli senza trovare di fatto un nuovo sbocco di mercato se non a seguito di svalutazioni importanti sui prezzi.
Di conseguenza i macelli hanno ridotto notevolmente i flussi di macellazione ritirando sempre meno capi dai produttori, i quali si sono trovati nel giro di poche settimane ad avere un surplus di bovini grassi e pesanti da smaltire.
Contestualmente abbiamo assistito, man mano che passavano i giorni, ad una sempre maggiore offerta di prodotto estero a prezzi molto più bassi rispetto al costo di produzione dello stesso prodotto italiano.
Il mercato ha assorbito questa offerta soprattutto laddove non erano stati messi a punto contratti di filiera con prodotti a marchio o certificati. Questo ha fatto si che dall’inizio di marzo ad oggi le quotazioni dei bovini alla stalla prodotti in Piemonte siano scese di 15/20 centesimi di euro per le razze francesi e fin anche a 50/60 centesimi per la razza Piemontese.
Tutto questo in un contesto in cui la DO e la rete delle macellerie tradizionali ha visto un notevole aumento dei consumi che tuttavia non è stato sufficiente ad equilibrare la bilancia commerciale.

In che modo può essere rafforzata la filiera e che ruolo dovranno giocare i vari attori del mercato, come ad es. la grande distribuzione?

Analizzate le cause di questa crisi, che nessuno ovviamente avrebbe potuto prevedere, per noi produttori è fondamentale soffermarci sulle possibili strategie da mettere in campo per, da una parte uscire il prima possibile dalla difficile situazione attuale, ma soprattutto evitare che una tale situazione si ripresenti nel prossimo futuro.
Dal nostro punto di vista la chiave è il rafforzamento delle filiere certificate con i sistemi europei. Abbiamo avuto in queste settimane riscontri molto positivi da parte delle catene della distribuzione organizzata che hanno investito nei nostri progetti di certificazione SQNZ (Sistema qualità nazionale in zootecnia) legati al marchio Sigillo Italiano. il consumatore, soprattutto quando si trova di fronte una crisi sanitaria, risponde direzionando i propri acquisti verso i prodotti in grado di fornire maggiore sicurezza.
Ci deve però essere a supporto una campagna informativa importante per permettere al consumatore di capire cosa sta acquistando quando si trova davanti al banco frigo con decine e decine di referenze non sempre chiaramente identificate. Per questo chiediamo alle Istituzione ai vari livelli di supportare il lavoro delle Organizzazioni di produttori e dei Consorzi finanziando i progetti di promozione e informazione che diventano fondamentali per convincere la distribuzione moderna a credere nelle certificazioni e nei marchi.

L’emergenza che stiamo attraversando cambierà le abitudini di consumo dei cittadini?

Io credo di no. Di certo la nostra tipologia di prodotto rimane più adatta ad un consumo domestico che al fuori casa, e per fortuna al momento la maggior parte dei consumatori italiani ritiene ancora importante consumare carne e farla consumare ai propri figli. Restano però evidenti le difficoltà da parte dell’industria a gestire lo scompensato nelle diverse stagioni. Per questo sarebbe opportuno sviluppare progetti di filiera per approcciare nuovi mercati che oggi sono a completo appannaggio del prodotto estero. In Italia continuiamo a produrre meno della metà della carne bovina che consumiamo, oltre il 50% infatti proviene dall’estero, principalmente dai Paesi europei grandi produttori come Francia, Spagna, Irlanda e Polonia. Io credo che il consumatore italiano se fosse maggiormente informato preferirebbe sempre mangiare carne italiana rispetto a quella proveniente da altri Paesi. Per questo, tra le altre richieste che abbiamo avanzato alle Istituzioni, riteniamo fondamentale estendere l’etichettatura obbligatoria della carne bovina anche ai bar, ai ristoranti e alle mense collettive, per educare il consumatore ad informarsi su ciò che mangia.

 

ZOOTECNIA - Carlo Gabetti di Dogliani, Presidente COALVI

Va riscoperta la fiducia nel commercio di prossimità

Il comparto zootecnico (lattiero-caseario e della carne) è stato uno dei primi ad accusare gli effetti della crisi, anche a seguito del ridimensionamento del settore della ristorazione. Dopo due mesi e le riaperture graduali, si è in parte riequilibrata la situazione?

Per quanto riguarda la carne, i grandi numeri forse dicono questo, ma per la realtà che rappresentiamo parlare di crisi sarebbe fuori luogo. In questi mesi l’incertezza e la paura hanno cambiato molte abitudini, tra cui anche il criterio con cui stilare la lista della spesa, facendo riemergere il valore del prodotto di qualità, di produzione locale e di origine garantita. Abbiamo rivisto, in scala ridotta (ma concettualmente sovrapponibile) quello che successe con la crisi della ”mucca pazza”, quando la carne di Razza Piemontese certificata venne presa d’assalto per le garanzie che offriva, oltre che per la sua qualità.
La carne certificata dal nostro Consorzio è prevista nei capitolati di fornitura di molte mense scolastiche e aziendali, oltre a essere servita in molti ristoranti. Chiuse le scuole, le fabbriche e tutti i servizi di ristorazione, nel bimestre marzo-aprile è venuto a crollare un commercio che in anni normali vedeva transitare 68.000 kg di carne derivati da oltre 200 capi macellati.
Questo avrebbe dovuto tradursi in una contrazione del nostro lavoro, ma non è stato così, anzi: i volumi presso le macellerie Coalvi sono cresciuti. Il motivo è semplice: la domanda presso le nostre 260 macellerie a marchio, nel giro di pochi giorni si è impennata con un aumento medio delle vendite del 35% che in certi negozi si è più che raddoppiata, soprattutto dove è stata organizzata la consegna a domicilio. In questo Coalvi ha dato una mano fornendo tempestivamente le istruzioni e gli strumenti necessari per svolgere il lavoro in tutta sicurezza.
Per quanto riguarda il settore delle macellerie che vendono la carne di fassone di razza piemontese non possiamo dunque parlare di una crisi, ma piuttosto di una confortante stabilità e di una conferma del valore del prodotto certificato. Diverso è il discorso per quanto avviene nelle stalle, dove i prezzi sono diminuiti sensibilmente e dove l’emergenza ha amplificato una tendenza in atto già da alcuni mesi.

In che modo può essere rafforzata la filiera e che ruolo dovranno giocare i vari attori del mercato, come ad es. la grande distribuzione?

La rincorsa della Grande Distribuzione Organizzata verso la carne certificata di Razza Piemontese ha creato una concorrenza al suo stesso interno facendo salire i prezzi di acquisto dei bovini. Chiudendo il banco assistito (dove c’era) e limitandosi alla vendita di carne preincartata, i grandi numeri della GDO sono diminuiti del 20% e con essi è rientrata l’influenza sul mercato dei bovini che oggi fa registrare un calo dei prezzi, complice anche l’affacciarsi della stagione estiva che sposta l’interesse su altri generi alimentari.
La Grande Distribuzione ha delle potenzialità notevoli ed è oggettivamente in grado di modificare il prezzo dei bovini di Razza Piemontese visto le grandi quantità che sposta. Il ruolo degli allevatori dovrà essere quello di insistere sulla qualità e sulla certificazione tramite l’etichettatura della carne come fa il Coalvi, ma anche con i nuovi strumenti all’orizzonte come i due sistemi di qualità: ”Fassone di Razza Piemontese” e “Vitellone Piemontese della coscia”.

L’emergenza che stiamo attraversando cambierà le abitudini di consumo dei cittadini?

Se l’emergenza ha cambiato le abitudini dei consumatori, per certi versi le ha cambiate in meglio facendo riscoprire ciò che abbiamo sempre avuto sotto casa: il negozio di prossimità. Quando si tratta di carne di qualità quella del macellaio di fiducia rimane una figura chiave nel rassicurare la scelta del consumatore, come lo è quella di chiunque offra assistenza nell’acquisto di un bene prezioso. E’ il classico porto sicuro confermatosi capace, anche in questo frangente, di servire in modo professionale, efficiente e puntuale e con un ingrediente che lo scontrino non riporta: il rapporto umano.
La macelleria di qualità ha goduto di un maggior interesse, incassando una ricchezza momentanea anche da persone apparentemente distaccate: la fiducia, più che meritata.
Tutti hanno apprezzato quel di più che il negozio del quartiere ha offerto in questi mesi e quel di più che può offrire un prodotto derivato da una filiera locale certificata e controllata in tutte le sue fasi. Passata la tempesta, il nostro auspicio è che se lo ricordino in tanti.

 

RISO - Paolo Carrà, Presidente Ente Risi

Fare sistema per vincere le sfide commerciali

Il settore risicolo, durante queste prime settimane di emergenza, ha segnato un rialzo delle vendite e un aumento del prezzo all'ingrosso, anche per il blocco delle importazioni dall’estero. Qual'è la situazione attuale?

I numeri parlano chiaro. I trasferimenti del risone dai risicoltori al comparto commerciale e industriale durante il periodo del lockdown, sono aumentati di un + 7% rispetto al dato di un anno fa, vale a dire a + 83.000 tonnellate.
A beneficiarne sono state soprattutto le varietà a grana lunga (lunghe B) e quelle adatte alla parboilizzazione, ai piatti pronti e ai risotti (lunghe A). Inoltre il mercato delle varietà Lungo B in Italia, che risente dell’andamento del mercato mondiale e dalle importazioni in UE soprattutto dai Paesi asiatici come Thailandia, Cambogia, Myanmar e Vietnam, è stato influenzato da condizioni e scelte verificatesi proprio in questi Paesi. Ad esempio la Thailandia, grande esportatore in UE, ha avuto problemi di siccità che hanno ridotto il raccolto primaverile, mentre gli altri tre hanno adottato misure restrittive per tenere sotto controllo gli stock nazionali messi sotto pressione dagli effetti del COVID – 19 sulla domanda interna. Il prezzo internazionale è quindi conseguentemente aumentato, influenzando positivamente le quotazioni nazionali.
E’ però una situazione contingente tanto è che in queste ultime settimane, i prezzi del risone sono risultati stabili se non addirittura cedenti, fatta eccezione per il riso Lungo B, segno che si è ridotta la domanda della GDO che si è coperta abbondantemente in marzo e aprile.

Si può affermare che l’emergenza cambierà le abitudini di consumo delle persone?

Non penso che siamo di fronte ad un radicale cambio di abitudini di consumo delle persone. I consumatori nella fase di emergenza, si sono rivolti a prodotti meno deperibili e non potendo frequentare luoghi di ristorazione, sono ritornati a cucinare in casa acquistando la materia prima. Il riso in tal senso ha avuto una forte domanda. Voglio però dire che da anni stiamo assistendo ad un crescente interesse verso il riso. Le motivazioni sono da ricercare nel fatto che il riso è un prodotto in linea con le regole di una moderna alimentazione, che grazie all’innovazione di processo oggi il riso è più facile da cucinare e sono disponibili molti nuovi prodotti a base di riso, che il riso ha un forte legame con il territorio di coltivazione che desta curiosità nei consumatori. E poi il riso è un prodotto molto versatile che si presta ad infinite preparazioni.

L’alta qualità del riso piemontese e italiano sarà il fattore su cui puntare per vincere le sfide commerciali con l'estero?

Il Piemonte detiene il primato di primo produttore italiano di riso e si coltivano varietà adatte a tutte le preparazioni. Arborio, Sant’Andrea, Carnaroli, Baldo, Roma sono alcune delle varietà conosciute e apprezzate. Inoltre non dimentichiamo che in Piemonte esiste l’unica D.O.P. italiana, la D.O.P. “Riso di Baraggia Biellese e Vercellese”. Sicuramente il riso piemontese ha le carte in regola per puntare a sfide commerciali con l’estero ed in parte lo sta già facendo. Ente Risi attraverso le due campagne di divulgazione, “Nutri la tua voglia di Riso” e “Sustainable UE Rice: don’t think twice” quest’ultima frutto del bando europeo sulla promozione che si articolerà in Italia, Francia, Portogallo e Germania, vuole portare a conoscenza dei consumatori italiani ed europei l’eccellenza del riso italiano. Per vincere le sfide commerciali serve però far sistema, evitare di creare nuovi marchi che senza un’adeguata promozione durano il tempo di un’estate, pensare in grande con investimenti fatti su obbietti chiari e precisi, essere uniti il più possibile e soprattutto crederci.

 

FLOROVIVAISMO - Renzo Marconi, Presidente Asproflor

Ricominciare senza dimenticare la bellezza

Il comparto florovivaistico ha pagato un prezzo molto duro nel corso dell’emergenza, a causa del crollo del mercato. Come si presenta il settore nel momento della riapertura?

Il nostro comparto è molto complesso e con tipologie produttive molto differenti tra loro, in Piemonte sono circa 900 le aziende florovivaistiche. Vi sono aziende che producono fiori recisi stagionali (rose, lillium, hortensie, fronde ecc) che avendo un limitatissimo periodo di vendita e una commercializzazione mirata nelle festività (Pasqua, prime comunioni, matrimoni ecc)registrano un danno reale del 100 % non più recuperabile. Altre aziende producono fiori stagionali in vaso ( gerani, petunie, impatiens, dipladenie, begonie ecc) con un altissimo tasso di tecnologia produttiva, queste hanno perso totalmente i primi lotti in produzione per il fermo temporaneo dei canali di vendita. Queste aziende si stima abbiano un mancato fatturato del 25/30%. Numerose aziende producono piante d’alto fusto, arbusti da fiore, acidofile ecc. (Biellese, novarese, Verbano, cuneese) per queste aziende il blocco dell’export e il temporaneo fermo vendite italiano ha significato un mancato fatturato del 30-40%. Il settore del Garden center, floricolture e vivai con la vendita al dettaglio perdendo i giorni migliori e con un clima estremamente favorevole registrano mancati incassi superiori al 50% per i mesi di Marzo e Aprile, poi però’ grazie alle riaperture c’è stato un buon volume di vendite, tanto da creare un vuoto produttivo per le produzioni tipicamente primaverili.

Un intero settore di aziende invece, molto importante per Asproflor, ha subito e sta subendo danni pesantissimi ed è ancora a reddito zero dopo 3 mesi! sono tutte quelle che utilizzano come canale di vendita quasi esclusivo le mostre e le fiere per appassionati ed amatori, che ad oggi sono ancora bloccate ma soprattutto sono concentrate nei mesi di Marzo, Aprile e Maggio. Per queste aziende la perdita secca di fatturato è del 100% e non più recuperabile. Per Asproflor, la ripresa dell’attività è quindi in chiaroscuro e riteniamo fondamentale ma non sufficiente contrastare la perdita di liquidità delle aziende più colpite. Il comparto Florovivaistico è l’unico settore agricolo che non ha mai avuto interventi di sostegno dedicati, (PAC, OCM, ecc) per il futuro di molti giovani che hanno creduto ed investito, per le molte famiglie che ne traggono l’unica fonte di reddito, per i numerosi lavoratori stagionali impiegati, per la bellezza e l’utilità di fiori e piante- Asproflor chiede un po’ più di attenzione anche attraverso la promozione, la cultura e la diffusione della bellezza e l’utilità sociale del verde e delle fioriture.

Quali potrebbero essere le sinergie pubblico/private utili al rilancio?

Con 15 anni di storia, il marchio “Comuni Fioriti” ha coinvolto circa 2000 comuni italiani il 25% del totale, oggi oltre 180 possono esporre il cartello “Comune Fiorito” che certifica l’attenzione per la qualità della vita nel proprio territorio. Evolvendosi con le aspettative dei cittadini e l’attenzione degli amministratori il marchio si impegna oggi per il miglioramento dell'ambiente di vita, lo sviluppo dell'economia locale, l'attrattiva turistica, il rispetto dell'ambiente, la salvaguardia del legame sociale e in particolare l’utilizzo della pianta nello sviluppo di spazi pubblici.

Per rilanciare il settore si dovranno trovare nuove modalità di vendita e commercializzazione?

Durante il periodo della chiusura molte aziende hanno dimostrato una grandissima duttilità e capacità di adattamento e si sono momentaneamente “trasformate” in “corrieri della bellezza” consegnando a domicilio fiori e piante. Azione questa che è stata particolarmente apprezzata dalla clientela costretta in casa dal look down. Forse anche per questo motivo questa primavera ha registrato un forte incremento delle vendite di piantine da orto!
Per tutto il mese di Maggio Asproflor in collaborazione con Uncem ha proposto ai comuni italiani un progetto : SOSTENIAMO LA FLORICOLTURA ITALIANA. Una particolare fornitura di fiori estivi ad un prezzo agevolato, che ha avuto un buon risultato.